Cassa Depositi e Prestiti (CDP), SACE e un pool di banche costituito da Banco BPM, BPER Banca, Intesa Sanpaolo e UniCredit hanno siglato un protocollo d’intesa per contribuire allo sviluppo infrastrutturale dell’Italia nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). L’accordo riguarda le esigenze di garanzie di progetto connesse alla realizzazione di nuovi interventi infrastrutturali strategici per il paese.

Il protocollo definisce infatti le linee guida per l’avvio di una potenziale collaborazione tra gli aderenti per l’emissione, previa autonoma valutazione creditizia, di garanzie di progetto(advance payment bond e performance bond) nell’interesse delle imprese o dei consorzi/raggruppamenti che si aggiudicheranno le gare relative ai lavori per leinfrastrutture ferroviarie inserite nel PNRR e per quelle commissariate.

In questa prima fase, la cooperazione annunciata oggi potrà contribuire in particolare allo sviluppo della rete ferroviaria nazionale, supportando la realizzazione di opere del valore di oltre 7 miliardi di euro, si legge in una nota congiunta.

Il protocollo, valido per tutto il 2023, e che, per lo sviluppo della rete ferroviaria nazionale è stato predisposto anche grazie alla collaborazione del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, è “aperto all’adesione di altre banche, soggetti abilitati all’esercizio del credito e compagnie assicurative nazionali e internazionali abilitate all’esercizio in Italia, nel rispetto delle dinamiche concorrenziali e della normativa vigente, al fine di massimizzare la capacità del sistema finanziario di sostenere la realizzazione delle infrastrutture inserite nel PNRR”.

Gli istituti finanziari sono stati assistiti dalla società di consulenza Oliver Wyman per la progettazione del protocollo e il supporto strategico e operativo, e dallo studio legale DLA Piper per gli aspetti legali dell’iniziativa. Ad esito di un processo competitivo, la società Loan Agency Services è stata selezionata per svolgere il ruolo di coordinatore amministrativo per le richieste di adesione al protocollo e per la gestione delle attività previste per il rilascio di garanzie e/o controgaranzie.

La Stampa

La priorità principale prevede l’inclusione nella ZLS del Porto di Ravenna, comprensivo delle aree a vocazione logistico produttiva inserite nel perimetro portuale identificato da PRP.

Principali nodi intermodali del territorio regionale, i quali soddisfano il nesso economico funzionale col porto di Ravenna in virtù dell’esistenza della piattaforma logistica regionale.

L’inclusione dei principali nodi intermodali nella Zona Logistica Semplificata viene vista come la possibilità: di incentivare un meccanismo di rafforzamento delle interconnessioni e dei livelli di accessibilità tra il porto di Ravenna e i bacini produttivi di primario interesse per lo sviluppo della regione: di promuovere l’intermodalità come un elemento distintivo della Zona Logistica Semplificata Emilia Romagna a supporto di un disegno strategico di sviluppo sostenibile del territorio e degli investimenti ad esso destinati.

La Nuova Ferrara

La denuncia della Corte dei conti comunitaria: “La circolazione combinata delle merci non può competere alla pari con quella su strada a causa di ostacoli normativi e infrastrutturali”.

Più proclami che fatti concreti sull’intermodalità. Non solo in Italia, ma nell’Europa intera. Il motivo? Alla Commissione europea manca una «strategia adeguata» a sviluppare il trasporto combinato delle merci su navi, treni, camion e aerei. Una criticità resa ancora più grave da un quadro normativo e infrastrutturale incerto a livello comunitario, oltre che da politiche nazionali dei Paesi membri non allineate agli obiettivi ambiziosi di Bruxelles. Il tutto rende «semplicemente irrealistico» raggiungere i traguardi fissati dalla Ue per il 2030 e il 2050: raddoppiare il traffico ferroviario e aumentare il ricorso alle vie navigabili interne del 50%.

A denunciarlo è la Corte dei conti europea nella sua recente relazione speciale dedicata al trasporto intermodale in cui avverte che «il cammino della Ue verso la riduzione del trasporto merci su strada è ancora lungo». L’analisi prende a campione diversi Paesi, tra cui l’Italia, che coprono tre flussi commerciali chiave che si sovrappongono alle tratte dei corridoi Ten-T (rete transeuropea dei trasporti): il corridoio Reno-Alpi (che si estende dal Belgio e dai Paesi Bassi all’Italia), il corridoio Mare del Nord-Baltico (tra Polonia e Germania) e i corridoi Atlantico e Mediterraneo (che collegano la Germania alla Spagna attraverso la Francia).

I revisori contabili europei ricordano che «tra il 2014 e il 2020 l’Ue ha fornito oltre 1,1 miliardi di euro a sostegno di progetti di intermodalità». Tuttavia, «il trasporto intermodale delle merci ancora oggi non può competere alla pari con il trasporto su strada a causa di ostacoli normativi e infrastrutturali». In media, e in assenza di misure di sostegno, «il trasporto intermodale delle merci è più costoso del 56% rispetto all’alternativa solo stradale». A giudizio della Corte, inoltre, «alcune norme dell’Ue riducono l’attrattività del trasporto intermodale». L’attuale versione della direttiva sui trasporti combinati è «obsoleta (risale al 1992, ndr) e inefficace». Ad esempio, prevede l’obbligo di un documento cartaceo timbrato dalle autorità ferroviarie o portuali per tutto il tragitto, invece di un flusso di lavoro digitalizzato. Vari tentativi di revisione della direttiva da parte della Commissione non hanno trovato il parere favorevole degli stati membri.

Secondo la Corte devono poi essere intraprese azioni legislative che consentano alla ferrovia, così come ad altre modalità di trasporto, di competere con la gomma visto che ancora oggi i camion continuano a movimentare circa il 77% delle merci in Europa. Quota che paradossalmente continua ad aumentare, invece di diminuire.

Tutto questo nonostante, nel suo ultimo documento strategico che affronta le sfide legate al clima e all’ambiente, “Il Green Deal europeo” (2019), la Commissione abbia chiesto una riduzione ancora più marcata delle emissioni di gas a effetto serra prodotte dai trasporti (pari al 90 % entro il 2050), in modo che l’economia dell’Ue diventi climaticamente neutra entro il 2050, in linea con l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Successivamente, la Commissione ha pubblicato la propria “Strategia per una mobilità sostenibile e intelligente” (2020) in cui si auspicava un sostanziale trasferimento modale alla ferrovia, alle vie navigabili interne o al trasporto marittimo a corto raggio.

Ma niente di tutto questo è accaduto. Secondo la Corte, le cause sono riconducibili al fatto che la Commissione non abbia concordato con gli Stati membri né i «valori obiettivo» dell’Ue né le «conseguenti implicazioni» per questi ultimi, che «vengono decisi sulla base delle analisi dei singoli stati e delle considerazioni politiche». Nei casi in cui i valori-obiettivo dell’Ue e degli Stati membri erano comparabili (quattro degli Stati membri del campione, ossia Germania, Spagna, Francia e Italia), la Corte segnala che quelli nazionali erano ancora più ambiziosi di quelli della Commissione in termini di tasso di crescita annuale richiesto. Inoltre, due degli Stati membri sottoposti ad audit, ovvero Germania e Paesi Bassi, per i quali le vie navigabili interne erano le più importanti, hanno fissato obiettivi anche in relazione ad esse. Ma nessuno degli Stati membri, tranne la Polonia, ha fissato valori-obiettivo per la quota di trasporto intermodale La Corte dei conti europea segnala anche i ritardi accumulati dai Paesi membri nel rendere le infrastrutture conformi ai requisiti tecnici stabiliti dalla normativa Ue. Ad esempio, nello sforzo di competere con il trasporto su strada, utilizzare treni più lunghi che raggiungano la lunghezza standard europea di 740 metri potrebbe essere uno dei miglioramenti più convenienti dal punto di vista dei costi. Il problema è che, però, questi treni possono in teoria essere utilizzati solo sulla metà dei corridoi centrali della rete transeuropea dei trasporti (Ten-T). Inoltre, la mancanza di informazioni sulle capacità della rete e dei terminali intermodali impedisce agli operatori logistici di offrire buone soluzioni di trasporto intermodale ai propri clienti. La Corte conclude che la proposta di revisione del regolamento Ten-T può migliorare la situazione visto che, così com’è, la rete di trasporto merci dell’Ue non è ancora adatta all’intermodalità.

La Repubblica Affari e Finanza – Vito De Ceglia

Cambiamento mirato a ottimizzare gestione rete ferroviaria nazionale

L’Autorità di regolazione dei trasporti, a conclusione del procedimento avviato il 27 gennaio scorso con Delibera n. 11/2023, ha approvato la revisione dei criteri ART per la determinazione dei pedaggi di accesso e utilizzo dell’infrastruttura ferroviaria e dei corrispettivi per i servizi ivi forniti, precedentemente stabiliti con Delibera n. 96/2015.

«La nuova regolazione – ha dichiarato il Presidente, Nicola Zaccheo – oltre che adeguarsi al mutato contesto normativo e di mercato e ad estendere l’ambito di applicazione alle infrastrutture ferroviarie regionali interconnesse con quella nazionale, imprime un deciso cambiamento nel governo della rete ferroviaria nazionale, creando le condizioni per un significativo incremento della performance e l’ottimizzazione dei livelli di servizio resi da tutte le diverse componenti della filiera produttiva del trasporto ferroviario, che ricomprende, in primis, i gestori delle infrastrutture, oltre alle imprese ferroviarie ed ai gestori degli impianti di ultimo miglio».

In particolare, le misure approvate introducono nuovi criteri di determinazione dei pedaggi di accesso ad infrastrutture ed impianti e dei corrispettivi dei servizi ivi forniti, caratterizzati da una sinergica correlazione ai criteri di allocazione della capacità ed a obiettivi prestazionali dei gestori, da determinarsi con specifico provvedimento. Tale correlazione costituisce condizione essenziale per un utilizzo ottimale dell’infrastruttura, avendo particolare riguardo alle condizioni di saturazione che caratterizzano molte tratte della rete nazionale e valorizzando le caratteristiche vocazionali delle diverse tipologie di linee. La delibera mette in condizione il Gestore RFI di riorganizzare l’offerta dei servizi sulla propria rete privilegiando qualità e puntualità, con particolare riferimento ai nodi urbani e di conseguenza anche a beneficio dell’utenza pendolare.

Con specifico riferimento ai livelli di servizio del trasporto, l’aggiornamento della regolazione è orientato ad un significativo miglioramento degli standard di esercizio del gestore dell’infrastruttura nazionale, attraverso criteri tariffari che incentivano l’incremento della qualità complessiva del servizio offerto, oltre che della velocità commerciale dei servizi di trasporto ferroviario.

Le nuove misure di regolazione assicurano, infine, maggiore efficienza ed efficacia nel rispetto dei principi di trasparenza, correlazione ai costi, equità e sostenibilità dei livelli tariffari per il mercato, prevedendo il ricorso ad avanzati modelli econometrici e di ingegneria dei costi, a modelli previsionali dell’elasticità della domanda di capacità infrastrutturale e modelli previsionali dei volumi di traffico ferroviario sul sistema ferroviario nazionale, tenendo adeguatamente conto dei livelli di offerta e domanda che caratterizzano le altre modalità di trasporto in seno al sistema nazionale dei trasporti.

ASKANEWS-31

L’onorevole, nonché vicesindaca della Spezia, ha sottolineato come in tal senso il PNRR sia “occasione da non perdere”

La Spezia – “Il trasporto ferroviario è il futuro della portualità. Nel quadrante geografico del nord-ovest, la completa realizzazione della Pontremolese, ossia di una nuova via di collegamento verso il Brennero, rappresenta un’opera strategica sia per l’Italia sia per il nostro territorio”. Così Maria Grazia Frijia, vice-sindaca della Spezia, ha commentato quanto accadrà nella prossima Commissione Trasporti della Camera.

L’onorevole, nello specifico, porterà all’attenzione del Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini la propria interrogazione a risposta immediata in merito al completamente della tratta ferroviaria Pontremolese, che congiunge Parma alla Spezia. Un tema che, in questa dato momento storico, potrebbe sfruttare l’assist del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza.

Riprende Frijia: “Ad ora la linea è per il 50% a binario unico e mostra pendenze elevate che riducono le dimensioni dei treni, soprattutto merci. E questo nonostante la ferrovia abbia come sbocco uno dei più importanti porti della nazione come quello spezzino. In merito, ritengono quindi che l’area portuale della Spezia può e deve continuare a esercitare un importante ruolo nel quadrante geografico che va da Genova a Livorno. E, grazie al completamento della tratta, trovare nuovo impulso per investire in nuove strutture logistiche, tecnologiche e di transizione energetica”.

Il Secolo XIX-31 maggio 2023- Daniele Izzo